«Ho dipinto il diavolo sul muro». Il comunismo secondo Heinrich Heine

Giuseppe Raciti

Abstract


L’intensa frequentazione tra Heine e Marx, durata tredici mesi, è stata a lungo al centro dell’attenzione di germanisti e storici della cultura; poche e incerte, per contro, le indagini teoretiche. La prima cosa da precisare è che Heine non fu soltanto un 'ispiratore', nel senso in cui può esserlo un poeta a fronte di un filosofo. Egli maneggiava infatti i concetti con la stessa precisione con cui affilava i suoi versi. E il concetto di comunismo non fa eccezione. Ma finché si continueranno a distinguere, nel guardaroba dello spirito, gli abiti letterari da quelli filosofici, il dato rimarrà inappariscente. Il punto è che Heine parla di comunismo ogni volta che parla di tragedia. In senso storico, la tragedia stinge sulla commedia, la quale chiude un’epoca e ne spalanca un’altra. Più esattamente, essa annuncia la tragedia del futuro, o sia la tragedia del comunismo. Il cui avvento, però, rimane impigliato, indefinitamente, nelle maglie della 'farsa' liberale e liberista.


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ISSN: 0039-2952